Presentazione di

Giorgio Candeloro

Scelta e note di

Edio Vallini

( l'asino è il popolo utile, paziente e bastonato, feltrinelli editore, seconda edizione ottobre 1971 )

   

I Temi, le battaglie e gli smarrimenti di una rivista “ popolare

 

 

1. Una cattiva fama e un grande successo

 

L’Asino è stato in generale giudicato in modo negativo e talora sprezzante dagli storici dell’Italia contemporanea, che lo hanno considerato soltanto come espressione di una forma particolarmente rozza e volgare di anticlericalismo. [1] Questo giudizio, che contiene senza dubbio una parte di verità, appare alquanto sbrigativo, unilaterale e soprattutto insufficiente a chi voglia esaminare spassionatamente il contenuto di questo settimanale e si proponga di inquadrarlo criticamente nella storia italiana degli ultimi anni dal secolo XIX e dei primi decenni del XX.

L’asino infatti non fu soltanto un giornale anticlericale, sebbene l’anticlericalismo divenisse il suo carattere preminente negli anni della sua maggiore diffusione, ma pur nell’ambito di un’ispirazione genericamente socialista, assume anche posizioni politiche diverse durante la sua lunga esistenza in concomitanza con l’evoluzione ( che in parte fu, come vedremo, involuzione ) degli uomini che lo fondarono e gli diedero la loro impronta: il giornalista Guido Prodrecca e il disegnatore e caricaturista Gabriele Galantara.

Due fatti soprattutto spingono ad una considerazione storica e ad un approfondimento critico del giudizio sull’Asino: la sua lunga durata e la sua grande fortuna. Nato nel 1892, l’anno del primo ministero Giolitti e della fondazione del Partito socialista, esso durò, con un’interruzione di quasi quattro anni (dal principio del 1918 alla fine del 1921 ), fino al 1925, cioè fino alla soppressione della libertà di stampa da parte del fascismo. Trent’anni di storia, ricchi di avvenimenti drammatici, durante i quali la società, la vita politica e la cultura italiana mutarono profondamente,

si riflettono pertanto negli articoli e nelle vignette dell’Asino, che costituisce dunque una fonte non trascurabile per la conoscenza di alcuni aspetti importanti della lotta politica, delle ideologie e del costume dell’Italia contemporanea e dello sviluppo del movimento socialista. Alla lunga durata si accompagnò il grande successo di pubblico, che permise al settimanale di raggiungere nel 1904 la tiratura di 60.000 copie e di oltrepassare persino le 100.000 copie negli anni successivi; fatto questo veramente eccezionale nell’Italia dei primi anni del Novecento.

Si pone pertanto il problema di spiegare i motivi di questo successo e di vedere quanto vi contribuissero l’abilità giornalistica di Podrecca e il talento grafico e pupazzettistico di Galantara e quanto invece l’impostazione politico-ideologica da essi data al giornale; si tratta cioè di valutare l’efficacia propagandistica della stessa polemica anticlericale nelle particolari condizioni sociali e culturali della masse popolari italiane dell’epoca.

Per risolvere queste questioni è necessario ricostruire nelle linee essenziali la storia dell’Asino inquadrandola nelle vicende politiche italiane e nel movimento socialista.

 

 

2. Il periodo eroico: 1892 – 1901

 

Prodecca e Galantara, quanto fondarono l’Asino a Roma nel 1982, avevano entrambi 27 anni,[2]ma avevano già una certa esperienza politica e giornalistica. Entrambi erano già socialisti ed avevano pubblicato a Bologna un settimanale, il Bonomia Ridet, sorto nell’88 come foglio goliardico in occasione delle feste per l’ottavo centenario dello Studio bolognese e divenuto poi un giornaletto di satira politica. Il successo di questo settimanale diede una certa fama anche fuori di Bologna ai due giovani giornalisti, che furono invitati a trasferirsi a Roma per entrare a far parte della redazione di un nuovo quotidiano, Il Torneo. Ma, giunti nella capitale, Podrecca e Galantara rinunciarono subito all’offerta e fondarono invece l’Asino con l’aiuto dell’editore socialista Luigi Mogini.[3]

Il nuovo settimanale, che portò nella testata le parole di Guerrazzi: “ come il popolo è l’asino; utile, paziente e bastonato”, cominciò ad uscire in bianco e nero il 27 novembre 1892 e a colori, con un procedimento nuovo per l’Italia, il 1° gennaio’93. Direttore fu Podrecca, che usò generalmente lo pseudonimo di Goliardo; caricaturista Galantara che firmò i disegni con lo pseudonimo Ratalanga, anagramma del suo cognome; entrambi però fecero uso anche di altri pseudonimi durante la lunga esistenza del giornale. Questo ebbe fin dal principio un carattere politico e satirico. Ma la satira politica, rappresentata dalle caricature, dalle vignette e da molti articoli, non occupò tutto il giornale, che pubblicò anche articoli di informazione, di commento sugli avvenimenti e di divulgazione ideologica e storica.

Questo duplice carattere fu poi sempre conservato dall’Asino. Fondato e diretto da socialisti, l’Asino, sebbene non avesse allora alcun riconoscimento ufficiale dal partito sorto al congresso di Genova proprio nell’agosto del ’92, ricevette la sua impronta politica, oltre che ai due fondatori, dall’ambiente socialista romano, in cui sorse e si sviluppò, e dalle aspre lotte che, come tutta la stampa socialista, dovette sostenere nei primi anni della sua esistenza.

A Roma, il movimento operaio, sorto nei primi anni dopo il ’70, aveva avuto il suo nucleo iniziatore nell’organizzazione dei tipografi, ma si era accresciuto dopo l’87 negli anni della crisi edilizia, con masse numerose di muratori e di manovali, le cui agitazioni, dapprima spontanee, furono poi guidate da anarchici e socialisti.

Andrea Costa, nei lunghi soggiorni che fece nella capitale dopo la sua elezione a deputato nell’82, aveva dato un contributo notevole alle prime organizzazioni operaie e socialiste romane. Tuttavia la differenziazione politica del movimento socialista dai gruppi democratici radicali e repubblicani, tutti fieramente  anticlericali, che a Roma avevano una base abbastanza estesa nella piccola borghesia, procedeva piuttosto lentamente. Due giornali radicali, La Capitale e il Messaggero ( soprattutto il secondo, a cui per parecchio tempo collaborò Costa ), avevano una larga diffusione anche negli ambienti popolari.

Pochi erano ancora a Roma gli intellettuali che potevano dirsi socialisti; ma tra essi emergeva Antonio Labriola, la cui identità, come è noto, non fu soltanto teorica, ma fu anche di propaganda e di chiarimento politico tra gli studenti e gli operai. Secondo quel che affermano i redattori dell’Asino in occasione della sua morte, Labriola avrebbe seguito con amicizia la nascita e lo sviluppo del settimanale, che avrebbe anche “ soccorso del suo consiglio “.[4] Difficile dire entro quali limiti questa affermazione risponda a verità, poiché nel primo periodo della sua esistenza, dal 1892 al 1901, l’Asino si richiamò ai principi marxisti in modo piuttosto generico e successivamente, quando il tema dell’anticlericalismo divenne preminente nelle sue pagine, l’ispirazione ideologia del settimanale appare assai più positivistica che marxista.

Tuttavia si deve ricordare che nell’agosto ’93 l’Asino pubblicò un resoconto del congresso socialista internazionale di Zurigo, compilato  probabilmente sulla base di notizie fornite da Labriola ( l’unico socialista  proveniente da Roma che aveva partecipato a quel congresso); che nel novembre dello stesso anno il settimanale annunciò con un certo rilievo l’inizio del corso universitario di Labriola sul materialismo storico; che nel gennaio ’96 pubblicò un ampio riassunto della commemorazione di Engels tenuta da Labriola per iniziativa della Federazione socialista romana.[5]

Ma soprattutto si deve notare che durante il suo primo periodo il tono dell’Asino appare caratterizzato da un’intransigenza morale e politica, da una critica serrata delle istituzioni e della prassi di governo vigente e al tempo stesso da una scelta chiara e quasi sempre assai felice degli obiettivi della sua polemica  da far pensare che, almeno sul terreno della lotta politica quotidiana, non mancassero al giornale i consigli di Antonio Labriola.

La linea politica dell’Asino dal 1892 al 1900 fu d’altra parte influenzata anche dalle circostanze oggettive di quegli anni, cioè dalla profonda crisi morale e politica che travagliò i gruppi dirigenti italiani e dalla lotta frontale che il movimento operaio e il partito socialista dovettero sostenere per sopravvivere contro la reazione borghese.

Lo scandalo della Banca Romana, che coinvolse una parte vastissima dell’ambiente politico ( giornalisti, parlamentari, i ministri ed ex ministri ), fu il primo grosso avvenimento, che permise all’Asino di scatenare i suoi attacchi, Palamidone, cioè Giolitti[6] fu il primo importante bersaglio contro cui dovettero misurarsi l’abilità caricaturistica di Galantara e la verve satirica di Podrecca. L’Asino inoltre fu uno dei primi giornali a denunciare i numerosi uomini politici, che erano stati largamente sovvenzionati da Bernardo Tanlongo ( il governatore della Banca Romana, arrestato nel gennaio ’93) mediante cambiali sempre rinnovate.

Lo Scandalo, come è noto, portò alla crisi del ministero Giolitti, che fu seguita dalla formazione dell’ultimo ministero Crispi. La lotta contro Giolitti da parte dei socialisti contribuì dunque indirettamente alla formazione di un governo più decisamente repressivo di quello giolittiano. D’altra parte,  come risultò poi dalle successive indagini e rivelazioni, la responsabilità di Giolitti nell’affare della Banca Romana fu più politica che morale e comunque assai meno grave di quella di Crispi e di altri uomini politici[7]; ma tutto questo non toglie valore alla campagna morale condotta dall’Asino nel ’93.

Negli anni successivi i bersagli principali della polemica dell’Asino furono Crispi, Rundinì, Pelloux e i loro collaboratori; personaggi tutti più semplici psicologicamente e politicamente di Giolitti e quindi più facili da mettere in caricatura.[8]Ma quello che soprattutto merita di essere notato è il coraggio con cui il settimanale denunciò gli abusi, la corruzione amministrativa, le brutalità poliziesche, che colpirono talora mortalmente vittime innocenti, il carattere classista della giustizia e la subordinazione di essa al potere esecutivo, la crudeltà e l’ottusità delle repressioni del ’94 del ’98.

La dura semplicità delle vignette di Galantara e il tono facile e popolare degli articoli di Podrecca resero questa denuncia particolarmente efficace. L’Asino pertanto , nonostante i frequenti sequestri, gli arresti e le condanne dei suoi redattori ( che tra l’altro costrinsero Podrecca a rifugiarsi per qualche tempo a Lugano nel ’98), diede  un contributo assai importante alla lotta dei socialisti, e poi di tutte le forze democratiche e progressiste, contro i tentativi autoritari dei governi che deliziarono l’Italia negli ultimi anni del secolo XIX.

Il successo del settimanale, già assai notevole fin dal primo[9]anno di vita, spinse i suoi fondatori a trasformarlo in quotidiano nel gennaio 1895, ma l’esperimento fallì per la scarsezza dei mezzi finanziari e più ancora perché Podrecca, Galantara e i loro pochi collaboratori non avevano attitudini e forze sufficienti per portare avanti con successo un quotidiano.

L’Asino quindi tornò ad essere settimanale nell’agosto ’95. Del resto l’anno successivo cominciò ad uscire l’Avanti! Sotto la direzione di Bissolati, a cui Galantara collaborò come caricaturista. Comunque si può affermare che i primi otto anni di vita furono i più felici dell’Asino per il coraggio, la vivacità, il mordente satirico e al tempo stesso l’equilibrio di cui il settimanale diede prova.

 

 

3. Anticlericalismo borghese e anticlericalismo socialista.

 

Nel periodo 1892-1901 l’anticlericalismo non assunse nell’Asino un posto preminente. Anzi il settimanale, sebbene ostile al clero e ai clericali, combatté esplicitamente la tendenza a fare dell’anticlericalismo un diversivo rispetto al problema della difesa della libertà. Assai significativo per questo aspetto è l’articolo Pel libero pensiero del 20 febbraio 1898, “[10] scritto a proposito di una dimostrazione studentesca anticlericale avvenuta poco prima a Roma. Ma nel 1901 l’atteggiamento del settimanale subì una profonda modificazione: infatti da quell’anno in poi la polemica anticlericale divenne sempre più il tema preminente nelle colonne e nelle vignette dell’Asino e tale rimase fino al 1914.

Si presentano a questo punto alcuni problemi importanti , che riguardano non soltanto l’Asino ma tutto il movimento socialista italiano. Si tratta in primo luogo di vedere in che cosa l’anticlericalismo socialista differisca dall’anticlericalismo democratico borghese e quale sia stata l’influenza di questo su quello; in secondo luogo di individuare i motivi dell’accentuarsi della polemica anticlericale in campo socialista negli anni 1901-1914.

Riguardo al primo problema si deve anzitutto distinguere fra il processo di laicizzazione dello Stato e della società, che fu un aspetto essenziale della rivoluzione borghese, e la diffusione dell’anticlericalismo. Infatti in Italia, dopo la prima ondata di laicizzazione avvenuta nell’età rivoluzionaria e napoleonica i principali provvedimenti che abolirono i restanti privilegi della Chiesa e ridussero grandemente l’influenza di questa nel campo economico e civile furono presi negli ultimi anni decisivi del Risorgimento e nei primi anni dopo l’unità dei moderati, cioè da uomini che in maggioranza non erano anticlericali e in parte provenivano anzi dal cattolicesimo liberale prequarantottesco.

Gli uomini della Sinistra, che erano in maggioranza anticlericali, svolsero anche in questo campo una funzione di stimolo, in quale momento decisiva, ma non influirono molto sulla legislazione ecclesiastica del nuovo Stato italiano. Si può ricordare che il documento più importante di questa legislazione, la Legge delle Guarentigie ( nella parte riguardante i rapporti tra lo Stato e la Chiesa ), si ispirò sostanzialmente, pur con alcuni notevoli residui giurisdizionali, al principio della separazione tra le due istituzioni, già enunciato da Cavour nel 1861; si ispirò cioè ad un principio liberale e laico, ma non anticlericale. Inoltre ben pochi furono i provvedimenti miranti a completare la laicizzazione dello Stato e della società presi dalla Sinistra dopo la sua  andata al potere nel 1876.

La cosa si spiega se si tiene conto che, dal punto di vista della borghesia italiana, ancora  prevalentemente agraria e timorosa di possibili movimenti delle masse contadine, poco restava da fare in questo campo dopo l’opera compiuta dalla Destra. Ma è anche vero che questo fatto contrastò con la contemporanea diffusione dell’anticlericalismo e con le clamorose manifestazioni di esso, tollerate o favorite dai governi di Depretis e di Crispi, come quelle che ci furono a Roma nell’81, in occasione del trasporto della salma di Pio IX da San Pietro a San Lorenzo, e nell’89, quanto fu inaugurato il monumento a Giordano Bruno in piazza Campo di Fiori.

L’anticlericalismo però era assai più antico: esso infatti è un atteggiamento mentale presente, con varie motivazioni ideologiche, in tutta la storia d’Italia, rinvigorito dall’illuminismo e dall’influenza della Rivoluzione francese, tenuto vivo del Risorgimento dalle correnti liberali. Nel decennio 1860-70’ l'anticlericalismo si diffuse più largamente tra gli intellettuali, gli studenti, gli operai organizzati dai democratici, gli ambienti borghesi più sensibili alla propaganda patriottica dei garibaldini e dei mazziniani.

La Massoneria, riorganizzatasi in Italia nel 1860-61, contribuì non poco a diffondere l’anticlericalismo, che fu stimolato d’altra parte dal prevalere delle tendenze intransigenti all’interno del cattolicesimo, dal rifiuto papale ad ogni offerta di accordo con lo Stato Italiano e dalla condanna di tutte le dottrine filosofiche e politiche moderne pronunciata da Pio IX col Sillabo nel 1864.

Al tempo stesso la generale riscossa del pensiero europeo contro ogni forma di metafisica e di spiritualismo, la diffusione del positivismo e del materialismo, il crescente entusiasmo suscitato dai progressi delle scienze sperimentali determinarono la diffusione dell’agnosticismo e dell’ateismo e contribuirono a dare all’anticlericalismo una forte coloritura antireligiosa. L’accentuarsi e il diffondersi dell’anticlericalismo furono insomma aspetti di un movimento molto più vasto, che investì tutta la cultura europea nella seconda metà del secolo XIX e che si manifestò tra l’altro nella rigorosa applicazione della critica storica alla storia del cristianesimo e della Chiesa, nella pubblicazione delle opere di Darwin e nella conseguente diffusione dell’evoluzionismo, nello sviluppo delle ricerche antropologiche ed etnologiche, nella letteratura naturalistica e veristica, nella diffusione della psicologia scientifica, della pedagogia positivistica e dell’antropologia criminale.

In senso generale si può dire che si affermò allora una nuova scienza dell’uomo, sganciata da presupposti spiritualistici e ispirata da una concezione sperimentale e naturalistica del mondo e della vita. Come già l’illuminismo, da cui deriva e con cui ha forti analogie, la cultura positivistico-scientifica della seconda metà dell’Ottocento fu caratterizzata da una forte tendenza alla divulgazione e da una notevole capacità di trasmettere alcuni suoi risultati a strati via via sempre più vasti di  persone. Ne conseguiva però una tendenza a semplificare i risultati stessi e ad esprimere in modo piuttosto grossolano la contrapposizione tra la scienza e la religione,  che si venne accentuando anche per esigenze polemiche.

Perciò anche la propaganda anticlericale ed antireligiosa ebbe questi caratteri e fu condotta in modo generalmente piuttosto superficiale e con una  buona dose di retorica di tipo illuministico-giacobino, che in Italia trovò un’espressione nell’inno a Satana del Carducci.

Questo carattere semplicistico della propaganda anticlericale, peraltro non priva di efficacia, si venne accentuando nei decenni successivi al 1870 e si trasmise all’anticlericalismo socialista. Tuttavia in Italia la propaganda rumorosa degli anticlericali non ebbe risultati politici degni di nota: le relazioni tra lo Stato e la Chiesa continueranno ad essere regolate dalle legge delle Guarentigie e i governi della Sinistra utilizzarono spesso il movimento anticlericale come un mezzo di pressione sul Vaticano e sui clericali, dei quali del resto non mancarono di cercare l’appoggio in certi momenti.

D’altronde era largamente diffusa nella stessa borghesia anticlericale la convinzione che per le masse popolari fosse necessaria la religione come mezzo di conservazione sociale. Perciò, mentre fu laicizzato completamente l’insegnamento nelle scuole secondarie, rimase impregiudicata, a causa dell’imprecisione della Legge Coppino del 1877, la questione dell’insegnamento religioso nelle scuole elementari, sicché ancora dopo il ‘900 vi furono lunghe e vivaci discussioni  tra i sostenitori della piena laicità della scuola primaria e i sostenitori dell’opportunità di conservare in essa l’insegnamento del catechismo cattolico.

Frattanto si era sviluppato il movimento socialista, che aveva anche esso dovuto prendere posizione di fronte alla Chiesa e alla religione. In linea generale si può affermare che il socialismo, e soprattutto il socialismo marxista, poiché imperava la sua teoria e la sua azione sul concetto di lotta di classe  non avversa la Chiesa per motivi ideologici, ma la combatte in quanto essa, con la sua organizzazione, è un sostegno dell’ordine sociale borghese, come in passato lo fu l’ordine sociale feudale. Così pure il marxismo considera le religioni come espressioni di determinate strutture sociali e le combatte in quanto strumenti per addormentare le masse e sviarle dalla lotta di classe, ma non considera la lotta antireligiosa come un elemento preminente ed essenziale della sua politica. Per questi motivi molti partiti di ispirazione marxista consideravano e considerano ufficialmente la religione come “ affare privato “.

D’altra parte si deve ricordare che alla base della concezione materialistica della storia sta una concezione materialistica

( o comunque antimetafisica ed antispiritualistica ) di tutta la realtà e che negli ultimi decenni del secolo XIX questa concezione fu in gran parte identificata con quella tipica del positivismo evoluzionista. Questo avvenne in parte per la suggestione di alcune affermazioni dello stesso Marx e più ancora di Engels e in parte maggiore per il tipo di formazione filosofica e culturale degli uomini che aderivano al socialismo marxista e diressero i partiti socialisti europei.

Per quanto riguarda l’Italia si deve ricordare che fin dal tempo della Prima internazionale tanto gli anarchici quanto i socialisti  “ legalitari “ o “ evoluzionisti “ erano uomini di formazione materialista o positivistica, i quali di fronte al clero, alla Chiesa e alla religione avevano un atteggiamento di ostilità non diverso da quello dei radicali borghesi, dalle cui file del resto proveniva la maggior parte di loro.

A rendere più aspra questa ostilità contribuiva d’altra parte il fatto che il Papato aveva più volte condannato il socialismo e continuò a condannarlo anche quando, con l’enciclica Rerum novarum del 1891, riconobbe la fondamentale importanza della questione sociale e incoraggiò i cattolici ad organizzare gli operai . L’estrema cautela che caratterizzò allora e in seguito i documenti ufficiali della dottrina sociale cattolica, il riconoscimento che essi facevano del principio della proprietà privata, il rifiuto della lotta di classe fecero sì che i socialisti generalmente giudicassero la dottrina e l’azione sociale della Chiesa e dei cattolici come espedienti per non perdere l’ascendente, di cui il clero godeva, su vaste masse contadine ed operaie e per combattere meglio la propaganda dei socialisti.

Questa interpretazione un po’ troppo sbrigativa fu poi in parte smentita soprattutto dopo il ‘900 dalla nascita del sindacalismo cattolico, che condusse in alcune zone d’Italia lotte rivendicative anche aspre e difficili, e del movimento democratico cristiano, che in alcuni suoi settori fu animato da un radicalismo evangelico non inconciliabile col socialismo. Ma la Chiesa come organizzazione gerarchica e i gruppi clericali e clerico-moderati che dirigevano il movimento cattolico italiano rimasero dall’altra parte della barricata e continuarono ad essere dei potenti sostegni dell’ordine sociale esistente. Perciò, sebbene alla fine del secolo XIX tanto il movimento all’opposizione contro i governi di Crispi e di Rudini e fossero entrambi colpiti dalla repressione del ’98, mancò completamente la possibilità di un’alleanza tra  di essi.

Ma ciò che rendeva particolarmente aspro il contrasto tra le Chiesa e il socialismo, nonostante il carattere originariamente meno rumoroso dell’anticlericalismo socialista rispetto all’anticlericalismo democratico-borghese, era il fatto che la propaganda socialista penetrava tra le masse molto più profondamente di ogni tipo di propaganda democratica e sottraeva gruppi via via sempre più numerosi di operai e di contadini all’influenza dell’organizzazione parrocchiale, li allontanava da quell’insieme di riti religiosi che  da secoli costituivano elementi essenziali del costume familiare e collettivo, li rendeva ostili alle forme di religiosità popolare ( culto dei santi patroni e delle varie immagini della Madonna, miracoli, processioni ecc), spesso puramente superstizione, ma nondimeno largamente utilizzate dalla Chiesa e dal clero per venire incontro al bisogno di evasione delle masse più povere e arretrate.

Nasceva così la nuova figura del proletariato “ evoluto e cosciente “, del militante socialista, che trovava nella lotta politica e sindacale la sua ragione di vita, che aveva nelle leghe, nelle sezioni del partito, nei circoli culturali i suoi centri di raccolta e nella stampa socialista la sua fonte di istruzione e di educazione morale e politica.

In un paese come l’Italia, che non aveva avuto nel Cinquecento una riforma cominciava una riforma religiosa, cominciava ad attuarsi allora per opera dei socialisti una riforma intellettuale e morale che investì i settori più avanzati della classe operaia. Meritano di essere ricordate in proposito queste osservazioni di Antonio Gramsci: “ la riforma intellettuale e morale ( cioè ‘religiosa’ ) di portata popolare nel mondo moderno c’è stata in due tempi: nel primo tempo con la diffusione dei principi della Rivoluzione francese, nel secondo tempo con la diffusione di una serie di concetti ricavati dalla filosofia della prassi e spesso contaminati con la filosofia dell’illuminismo e poi dell’evoluzionismo scientifista.

Che una tale ‘riforma’ sia stata diffusa in forme grossolane e sotto forma di opuscoletti  non è istanza valevole contro il suo significato storico: non è da credere che le masse popolari influenzate dal calvinismo assorbissero concetti relativamente più elaborati e raffinati di quelli offerti loro da questa letteratura di opuscoli: si presenta invece la questione dei dirigenti di tale riforma, della loro inconsistenza e assenza di carattere forte ed energico[11] Di queste ultime osservazioni si deve tener conto per la comprensione storica della campagna anticlericale dell’Asino dal 1901 al 1914.

  

 

4. Socialismo e clericalismo dopo il 1901

 

I motivi dell’accentuarsi della polemica anticlericale in campo socialista dopo il 1901 sono assai complessi. Anzitutto si deve ricordare che proprio nel febbraio di quell’anno con la formazione del ministero Zanardelli-Giolitti si chiuse il movimento operaio e per il Partito socialista il periodo della battaglia frontale per la sopravvivenza e si aprì un periodo di lotte nel complesso meno drammatiche di quelle dell’ultimo decennio del secolo XIX, ma assai più complicate e per certi aspetti più difficili, che implicarono nuovi contrasti col movimento cattolico e con la Chiesa. infatti la politica giolittiana fu caratterizzata da un lato dal tentativo di inserire il movimento operaio e il Partito socialista nel sistema politico-sociale esistente mediante la libertà di organizzazione e di sciopero, gli aiuti governativi alle cooperative e le offerte di partecipazione al governo fatte ai capi dell’ala riformista del partito; dall’altro dalla tendenza a controbilanciare il Partito socialista e a fronteggiare la pressione dell’ala rivoluzionaria di esso mediante uno schieramento politico.

Che comprendeva la maggioranza dei deputati meridionali ( rappresentanti della proprietà terriera più retriva ) e che era aperto anche ai clerico-moderati e ai clericali. Dell’appoggio di questi, Giolitti si avvalse in varie occasioni fin dal suo secondo ministero nel 1903-05, e, in una misura che modificò profondamente la situazione politica italiana, col cosiddetto Patto Gentiloni del 1913.

D’altra parte si accentuò in questo periodo la funzione antisocialista della Chiesa. Infatti la crisi interna del movimento cattolico, determinate dallo sviluppo della corrente democratico-crsitiana guidata da Romolo Murri, fu risolta dal Vaticano con una scelta conservatrice, che cominciò a delinearsi già negli ultimi anni del pontificato di Leone XIII e si manifestò esplicitamente dopo l’agosto 1903, quando fu eletto papa il cardinale Giuseppe Sarto, che prese il nome di Pio X. Il Sarto, che proveniva dall’ala più intransigente del clero veneto, era uomo profondamente religioso, ma di scarsa cultura e insensibile ai problemi che il contatto col pensiero moderno poneva alla Chiesa e al cattolicesimo in modo drammatico per molte coscienze di sacerdoti e di credenti.

Egli pertanto scelse come Segretario di Stato un prelato rigidamente conservatore, il cardinale spagnolo Merry del Val, che fu il suo principale consigliere, e svolse una politica di energica repressione del modernismo e delle tendenze democratico-cristiane all’interno della Chiesa e del movimento cattolico. Al tempo stesso, pur riaffermando in linea di principio di dissidio del Vaticano con lo Stato Italiano per la questione romana, attenuò di fatto il contrasto col governo di Roma sostenendo i liberali e i conservatori contro i socialisti mediante interventi dei cattolici organizzati nelle lotte elettorali. Le elezioni generali del 1904, del 1909 e del 1913 furono caratterizzate quindi da sempre più ampie sospensioni del non expedit ( il divieto ai cattolici italiani di partecipazione alle elezioni, emanato da Pio X e ribadito da Leone XIII ) e da sempre più massicce partecipazioni dei cattolici militanti.

In questa situazione era naturale che in campo socialista vi fosse una forte accentuazione dell’anticlericalismo. Tuttavia è bene precisare che la polemica anticlericale dell’Asino, come di altri giornali socialisti, si intensificò già nel 1901, cioè tre anni prima dell’entrata in forza dei cattolici militanti italiani nelle lotte elettorali. Varie circostanze aiutano a comprendere questo fatto,. Anzitutto si deve ricordare l’interesse suscitato in Italia dalla lotta anticlericale condotta in Francia dal ministero W Aldeck-Rousseau ( sostenuto da una coalizione della sinistra e comprendente anche il socialista Millerand ), che colpì duramente le congregazioni religiose con la legge del luglio 1901.

Questa politica, che si accentuò durante il ministero Combes e portò alla legge del dicembre 1905 sulla separazione tra lo Stato e la Chiesa ( cioè all’abolizione del Concordato napoleonico e alla rottura delle relazioni diplomatiche tra il Vaticano e la Francia ), fu seguita con molta attenzione dall’Asino, come risulta anche da questa antologia, ma nel complesso suscitò in Italia simpatie assai più tra i radicali e i repubblicani che tra i socialisti[12] .

Un’influenza probabilmente maggiore sull’atteggiamento dei socialisti negli anni intorno al 1900 ebbero la diffusione del movimento democratico-cristiano e l’intensificarsi dell’attività di organizzazione dei lavoratori, soprattutto delle campagne, da parte dei cattolici e del clero. Questa attività, che coincise con un momento di grande sviluppo degli scioperi agrari guidati dai socialisti, fu denunciata da questi ( ed anche dall’Asino ) come mirante ad organizzare il crumiraggio. Si tratta di un’accusa in parte giustificata da episodi locali e più in generale dal fatto che la propaganda antisocialista  svolta dal clero si prestava ad essere utilizzata  dai padroni per reclutare crumiri.

Ma si deve pure ricordare che l’allarme dei socialisti era determinato anche dal timore di vedere svilupparsi un movimento concorrente nel campo sindacale, quale tendeva ad essere quello democratico-cristiano. Questo timore andò poi attenuandosi per alcuni anni dopo il 1902 a causa della lotta condotta contro i democratici-cristiani all’interno del movimento cattolico e poi della condanna di Murri da parte del Vaticano, ma riprese successivamente a causa dello sviluppo delle leghe bianche.

Si deve ricordare il dibattito ( che ebbe un’ampia eco sull’Asino ) suscitato tra il 1901 e il 1903 da due progetti di legge per l’introduzione del divorzio: il primo presentato nel dicembre 1901 dai deputati socialisti Berenini e Borciani, la cui discussione si interruppe sul nascere per la chiusura della sessione parlamentare, e sil secondo, di carattere più limitato, presentato dallo stesso presidente del consiglio Zanardelli nel marzo 1902.

Questi due progetti, in particolare quello di Zanardelli, furono sostenuti in modo assai tiepido dai socialisti. Molti di loro infatti pensavano che, data l’arretratezza delle masse popolari italiane, una campagna a favore del divorzio avesse effetti negativi dal punto di vista elettorale e molti sostenevano più o meno sinceramente che il divorzio era un’istituzione tipica della società borghese, destinata ad essere superata dalla futura società socialista, che avrebbe creato nuovi e più liberi rapporti tra i due sessi. Mancò d’altra parte un’azione coordinata ed energica a favore del divorzio da parte dei partiti democratici borghesi, mentre vi fu una forte opposizione da parte dell’ala conservatrice dei liberali.

Ma il fatto politicamente più significativo fu la campagna vivacissima scatenata contro il progetto Zanardelli dalle organizzazioni cattoliche con l’incoraggiamento dello stesso Leone XIII:

Questo aspetto della questione fu visto molto chiaramente da Antonio Labriola, che così scriveva nel gennaio 1903: “ Cotesta opposizione alla legge sul divorzio…è oramai rivelatrice a molti di ciò che solo pochi, pochissimi videro chiaro fra il ’70 e l’80….Nell’ultino trentennio al ristabilimento del potere nessun membro della Chiesa ha mai  più pensato sul serio, dai primati del Vaticano a venire giù fino all’ultimo scagnozzo. A riabilitare il principio assoluto del predominio della Chiesa sullo Stato nessuno della parte cattolica si è mai messo più di proposito.

Erano altri gli intenti della nuova politica clericale fin dall’80 e bisogna oramai convenire che essa ha fatto non poco cammino su la nuova vita. Mentre i liberali si affannavano ad affermare la legittimità del nuovo Stato laico, i preti, cambiata rotta, e con nuova tattica, si misero a rendere clericale la società; e hanno portato ormai le cose a tal punto, da far credere a molti, che ostentano perfino di ragionarci su in nome della scienza, che il cattolicesimo sia tutta una cosa sola col temperamento italiano, e che gli italiani siano a un disprezzo cattolici così come gli ebrei sono mosaici.

E come per tali clericali l’esser cattolici non è solo un modo di sentire, di pensare, di credere circa l’umano destino e circa la vita futura, ma anzi è principalmente un modo di vivere in questo mondo, e tal modo di vivere si assomma nella dipendenza dalla gerarchia, così essi mirano a provare che, senza divenire un partito, e per sole vie indirette, possono arrestare l’azione dello Stato, quando questa tocchi ad istituti che la Chiesa ha bisogno di padroneggiare.

La opposizione al divorzio non è che la prima prova generale della tesi lungamente preparata.[13]. Labriola affermava quindi che l’opposizione al divorzio ( culminata proprio allora con la presentazione alla Camera dei una petizione con tre milioni di firme ), era stata condotta “ a volte in forme puerili “, a volte in modo indegno” e concludeva invitando il governo a salvare “ il prestigio di tutti i principi liberali che esso deve tutelare “ e a vincere questa “ piccola battaglia per non perdere la prima posizione nella nuova e grossa guerra” preparata dalla Chiesa.

 

 

5. La Battaglia anticlericale dell’Asino.

 

La facilità con cui la Chiesa vinse allora la battaglia contro il divorzio è indicativa della grande influenza che il clero esercitava sulla mentalità di larghissimi settori della masse popolari e del timore che tale influenza incuteva ai partiti laici ed anche ai socialisti. Si presentava quindi a questi ultimi il problema di diffondere tra le  masse un “ modo di vivere in questo mondo “ – come diceva Labriola – che fosse libero da ogni “ dipendenza dalla gerarchia” ecclesiastica; era necessario cioè intensificare quell’azione di “ riforma intellettuale e morale,” di cui prima si è parlato. Ma per fare questo si presentavano due possibili linee d’azione: la prima era quella, già in corso da diversi anni, della paziente opera di educazione degli operai e dei contadini, intesa come un aspetto della lotta per la loro emancipazione, condotta cioè in stretta connessione con l’attività di organizzazione politica ed economica e con lo sviluppo della lotta di classe, ma in modo da evitare quanto più possibile lo scontro frontale col clero e coi cattolici sul terreno dei principi morali e religiosi; la seconda consisteva nello sferrare un’offensiva violenta contro i preti proprio nel campo in cui questi erano, o sembravano essere più forti, quello del costume, della vita morale e del sentimento religioso.

In pratica il Partito socialista non fece allora una scelta precisa tra queste due linee d’azione, poiché nel suo insieme tenne un atteggiamento ondeggiante e incerto con varie sfumature a seconda delle correnti e dei momenti. Comunque si può affermare che la prima fu la scelta e sostenuta con molta coerenza da Filippo Turati. La seconda invece era stata scelta fin dal 1901 dall’Asino e portata avanti negli anni successivi con una polemica via via sempre più aspra, virulenta e implacabile.

Alla propaganda clericale, che dipingeva i socialisti come nemici della morale e della famiglia, apostoli di sovversione e di violenza, l’Asino rispose delineando l’immagine del prete lussurioso, goloso, avido, corrotto e corruttore, sempre pronto a sfruttare l’ignoranza e la superstizione dei poveri e al tempo stesso la paura e la cattiva coscienza dei ricchi per soddisfare le sue brame libidinose, accumulare danaro e accrescere la potenza materiale della Chiesa.

Con un martellamento incessante di vignette, di caricature, di satire, di denunce, di facili e spesso superficiali articoli divulgativi, Galantara e Podrecca riuscirono a diffondere largamente questa immagine in vasti settori delle masse popolari. La loro polemica, che contribuì a smascherare fatti scandalosi e a demolire vecchie superstizioni, ma che diffuse pure calunnie e leggende, non risparmiò monache e frati ed investì anche le somme gerarchie  della Chiesa: papa Sarto e Merry del Val furono infatti tra i bersagli preferiti dalle caricature e dalle satire dell’Asino.

Un esame anche sommario dei tempi principali di questa polemica dimostra chiaramente che lo scopo essenziale di essa fu quello di demolire l’influenza che il clero esercitava sulla vita familiare, sulle donne, sui bambini e sui giovani, sul costume e la mentalità della masse attraverso le manifestazioni tradizionali della religiosità popolare.

Si spiega così il grande rilievo dato alla casistica di S.Alfonso dè Liguori, la cui Theologia moralis, testo fondamentale per la preparazione dei confessori, fu presentata come un libro osceno mediante ampie citazioni delle minuziose descrizioni degli atti sessuali leciti ed illeciti che essa conteneva.[14] Dal punto di vista teorico generale nulla di nuovo emerse da questa offensiva di Podrecca contro la morale Alfonsina, poiché il problema della casistica, già discusso all’interno della Chiesa nei secoli XVII e XVIII con le lunghe controversie sul lassismo, il rigorismo, il probabilismo ecc.., era stato ormai superato dalla critica della filosofia moderna ( dall’illuminismo in poi ) alle varie forme di morale legalistica, come era quella elaborata da S.Alfonso ad uso dei confessori.[15]

Ma a Podrecca importava soprattutto attaccare la confessione, come strumento del dominio del clero sulle coscienze, e in questo senso la polemica contro la morale Alfonsina non fu senza efficacia, poiché fece leva sul sentimento della difesa dell’intimità e dell’onore familiare tanto radicato nelle masse popolari.

Un altro tema su cui l’Asino insistette addirittura fino alla nausea fu quello di presentare i preti come esseri dominati dall’esasperazione, e spesso da deviazioni, dell’istinto sessuale, corrivi quindi e violare continuamente i divieti da essi proclamati inviolabili per gli altri. Per anni, insieme ad altri giornali anticlericali, il settimanale di Podrecca elencò pazientemente le notizie di fatti scandalosi che ebbero per protagonisti preti, frati ed anche monache.

Si trattò in molti casi di fatti veri e in molti altri di fatti esagerati o anche di calunnie. Non Sembra comunque che il clero e gli ordini religiosi fossero nell’Italia dei primi dieci anni del secolo XX più corrotti che altrove o in altre epoche, mentre è vero probabilmente il contrario rispetto a tempi più lontani; è certo tuttavia che molte magagne, rimaste nascoste in altri tempi, anche successivi, allora vennero in luce proprio per la vigilanza malevola della stampa anticlericale e in particolare dell’Asino. Questo d’altra parte condusse anche una campagna contro il celibato ecclesiastico, che giudicava essere la causa fondamentale della immoralità dei preti nel campo sessuale.

Scopo principale dell’insistenza dell’Asino su questi episodi di corruzione era quello di scalzare l’influenza del clero e degli ordini religiosi nel campo dell’assistenza e dell’educazione. A questa campagna si devono pertanto collegare quella contro il trasferimento in Italia di congregazioni religiose espulse dalla Francia,[16] quella per la sostituzione di personale laico alle suore negli ospedali, nei manicomi, negli orfanotrofi ecc, quella contro le scuole confessionali.

Tali comunque, condotte allora assai vivacemente non solo dall’Asino ma da tutti i gruppi anticlericali, non ebbero alcun risultato pratico sul terreno legislativo. Esse tuttavia servirono a diffondere nei riguardi delle istruzioni assistenziali ed educative confessionali una diffidenza che, sebbene in parte ingiustificata perché motivata in qualche caso da spirito fazioso, era anche espressione di esigenze giuste, che appaiono oggi attuali, data l’importanza che hanno ancora in questi campi gli ordini religiosi: anzitutto quella di un severo controllo pubblico sugli istituti di assistenza e di istruzione tenuti da religiosi in secondo luogo quella di un rinnovamento dei metodi di cura, di assistenza e di educazione, al quale peraltro gli ordini religiosi non sembrano, in linea generale, molto adatti a causa di alcune loro caratteristiche tradizionali.

Un altro tema largamente sfruttato nelle polemiche dell’Asino fu quello delle reliquie, delle immagini miracolose e dei cospicui guadagni che ne traevano la Chiesa oppure determinanti ordini religiosi o enti ecclesiastici.

Il miracolo di S.Gennaro [17] La Santa Sindone di Torino, i santuari di Pompei, di Loreto e di Lourdes col loro contorno di guarigioni miracolose, pellegrinaggi, opere ed istituzioni furono tra i principali obiettivi degli attacchi del settimanale di Podrecca. La polemica in questo campo era abbastanza facile, poiché non era che la continuazione di quella già condotta con molta dovizia di argomenti dall’anticlericalismo settecentesco e ottocentesco contro lo sfruttamento fatto dal clero per i fini di lucro e di prestigio delle forme più superstiziose di religiosità, spesso suscitate ad arte tra le masse popolari.

Non nuovi per impostazione e contenuto furono anche i numerosissimi articoli di informazione storica riguardanti sia le persecuzioni dell’Inquisizione contro eretici,  protestanti e liberi pensatori, sia le malefatte o i delitti di questo o quel papa o cardinale o della Curia romana in generale, sia i retroscena della politica papale, ecc. Si trattò di scritti, che ripetevano in genere fatti già noti, che in qualche caso rispolveravano vecchie leggende, ma che soprattutto erano condotti senza spirito critico, sulla base di vecchi libri e in modo assai superficiale anche dal punto di vista divulgativo.

Scarsa originalità hanno anche gli articoli decisamente antireligiosi ed ateistici, comparsi sull’Asino, alcuni dei quali tuttavia hanno il merito di esprimere in modo duro e semplice, ma coerente con le premesse materialistiche, alcuni principi di una morale puramente laica.

Nel complesso la campagna anticlericale ed antireligiosa dell’Asino appare caratterizzata dal quel semplicismo, che, come si è detto, era stato tipico dell’anticlericalismo positivistico della fine dell’Ottocento, dal quale l’anticlericalismo di Podrecca traeva  la sua principale ispirazione ideologica e la maggior parte dei suoi argomenti. Inoltre  la campagna dell’Asino, per la sua stessa asprezza e per il fatto di essere rivolta alla masse più arretrate, appare nell’insieme assai rozza e, in molti casi, bassamente volgare. La preoccupazione di cogliere ogni occasione ed ogni pretesto per attaccare i preti e la Chiesa spinse infatti più volte Podrecca e Galantara mettere da parte lo spirito critico, a non fare alcuna distinzione tra gli avversari e a presentare talvolta un ritratto talmente negativo del clero da oltrepassare i limiti dell’assurdo.

Questi aspetti negativi, comuni d’altronde ad altri fogli ed opuscoli socialisti del tempo, furono chiaramente messi in luce da Turati in un articolo del gennaio 1907. “ Il vero anticlericalismo che possono fare i socialisti” scrisse Turati, “ non consiste in quel volterrianesimo che si tenta di rimettere in voga ed a cui manca, per essere tale davvero, unicamente – ma non è poca cosa – lo spirito del signor De  Voltaire; non consiste nel dileggio del sentimento religioso, nella goffa e magari pornografica caricatura del sacerdote, nella diffusione dello spirito di scherno e di  intolleranza; questo non è, per dire il vero, che del cattolicesimo travestito e, qualche volta, peggiorato; esso urta le fedi sincere nelle quali può essere un germe di severità morale molto prossima a quella onde nasce la fede socialista; intimidisce gli spiriti deboli che, anche se guadagnati per questa via, non recano forza a nessun partito; non converte veramente nessuno….Il vero anticlericalismo consiste nel dissipare le dense nebbie che circondano il pensiero delle classi povere.

La lotta con ciò che ha di deprimente la superstizione religiosa non può essere fatta utilmente che sul terreno del pensiero e su quello delle opere. Lo spirito religioso non si abolisce se non sostituendolo. Finché la Chiesa provvederà ad una folla di funzioni morali e materiali necessarie, alle quali la società laica non provvede, la Chiesa sarà, e sarà giustamente, invincibile”[18].

Turati contrapponeva dunque all’anticlericalismo dell’Asino un altro tipo di anticlericalismo indicando la line d’azione di paziente educazione delle masse che prima abbiamo ricordato come alternativa alla battaglia frontale scelta invece dall’Asino. Ma la stessa delineazione che Turati faceva del “vero anticlericalismo” mostrava chiaramente come questo potesse ridursi ad un’azione talmente lenta e diluita nel tempo da rischiare di essere in pratica troppo poco efficace. Inoltre Turati ne subordinava in definitiva il successo all’assunzione da parte della “società laica “ delle funzioni morali e materiali della Chiesa; cosa questa che poteva realizzarsi soltanto dopo una rivoluzione ( eventualità quanto mai ipotetica e lontana per i riformisti ), poiché la maggioranza della borghesia non intendeva ormai fare altri passi avanti sulla via della laicizzazione della società.

D’altra parte è interessante notare che l’identificabilità dell’anticlericalismo dell’Asino con una forma di cattolicesimo travestito e  peggiorato, cioè di clericalismo, fu ribadita qualche anno dopo da un osservatore estraneo al partito socialista, Giuseppe Prezzolino, il quale ne trasse però un giudizio in sostanza positivo sulla campagna dell’Asino. Scrisse infatti sulla Voce nel marzo 1913: “ Evidentemente l’Asino, che è il modello dell’anticlericalismo nostrano, è disgustoso sotto più di un aspetto agli occhi e al pensiero di ogni persona per bene.

E chi mai non vorrebbe augurarsi che esso fosse spiritoso, nobile, serio, solido di cultura e fresco di mente, se augurarselo non fosse perdere tempo, come aspettarsi da noi la neve d’estate? L’Asino è quel che può e che deve essere l’anticlericalismo nostrano, il quale se si vuole che sia tale, occorre che possa veramente aver presa sulle menti formate dal cattolicesimo. L’Asino no tanto il simbolo dell’anticlericalismo quanto del clericalismo; per migliorarlo bisognerebbe migliorare i cattolici ( quello cui si rivolge ) come i preti li han fatti. Se l’Asino ha avuto tanto successo, è perché la Voce non ne avrebbe alcuno; è perché gli studiosi, i filosofi, le anime pure e nobili in questa faccenda non sanno fare e occorre che lasciano ai Marat e ai Podrecca, secondo i tempi, il compito di sbrigarle. Altrimenti non si fa nulla e non si va avanti…..Alla preparazione di un sentimento anticlericale – quale un popolo educato da preti cattolici può formarsi  - una propaganda del genere dell’Asino giova assai più d’ogni impresa idealistica. Che venga poi il politico o il pensatore a dargli battesimo e cresima nel mondo della storia, è un’altra faccenda.

Essa intanto è una forza. L’anticlericalismo si rivela come il punto fondamentale di un’azione democratica. Non vi sarà democrazia che anticlericale e in quanto anticlericale ( cioè antireligiosa, o religiosa, sì, ma d’irreligiosità)”.[19]

Il disgusto di Prezzolini per l’anticlericalismo dell’Asino era assai simile a quello che per l’anticlericalismo positivistico in generale provava Benedetto Croce “,[20] l’uomo che egli considerava allora suo maestro, del cui pensiero si era fatto divulgatore proprio con La Voce. Senonché, mentre Croce si appagava di una riforma intellettuale e morale operata dalla filosofia in un’élite di uomini colti e giudicava la religione necessaria per le masse,[21] Prezzolini affermava che una campagna anticlericale era necessaria per la democrazia in un paese cattolico come l’Italia e giudicava inoltre che essa non potesse svolgersi ad un livello culturale più elevato di quello dell’Asino.

Come tutti gli uomini del gruppo della Voce, peraltro così discorde su tante questioni e ormai in dissoluzione nel 1913, egli sentiva fortemente, anche se alquanto confusamente, l’esigenza di un rinnovamento morale intellettuale che incidesse profondamente nella vita delle masse popolari; esigenza questa non sentita da Croce, che restava sostanzialmente un conservatore. Il giudizio di Prezzolini era dunque per vari aspetti giusto, ma presentava un punto debole che consisteva nel riconoscere un valore positivo ad un’azione propagandistica, che Prezzolini stesso non poteva far propria non solo sul piano del buon gusto del contenuto biologico; infatti, mentre La Voce tendeva a diffondere nella borghesia il nuovo pensiero idealistico crociano, l’Asino continuava a svolgere la sua propaganda su di una linea positivistica .

Podrecca  per parte sua già da tempo aveva combattuto la penetrazione in campo socialista, avvenuta soprattutto attraverso il sindacalismo rivoluzionario, di idee spiritualistiche e idealistiche, aveva respinto nettamente l’idea, professata anche da alcuni socialisti, che fosse “ pericoloso distruggere le idealità religiose nelle masse “ ed aveva riaffermato la necessità di “popolarizzare anche i problemi più alti “, in modo che la verità fosse conosciuta  da tutti “. “ Di tutto questo artificioso rifiorire di spiritualismo”, aveva scritto nel 1911, “ o di questo indulgere alla metafisica plebea non si avvantaggerà che una fede, ossia un partito politico, il cattolicesimo……Tutti i credenti, che  vorremmo lasciar tali, rientreranno nella masse clericali, a servizio della loro politica conservatrice. E’ un colossale dirizzone che van prendendo molti affini e parecchi dei nostri. E’ una sbornia spiritualistica  che deve passare.”[22]

Comunque, pur sulla base di un’impostazione ideologica invecchiata rispetto allo sviluppo della cultura e del pensiero filosofico avvenuto dopo il 1900, la propaganda dell’Asino ebbe un notevole successo, che è dimostrato dal fortissimo aumento della tiratura del giornale prima ricordato. Un fatto assai significativo è anche la larga diffusione del settimanale tra gli emigrati italiani nell’America latina e soprattutto negli Stati Uniti, che raggiunse tali proporzioni da rendere necessaria per un certo tempo la stampa di un’edizione speciale negli Stati Uniti, anche per fronteggiare meglio l’ostilità a cui il giornale era fatto segno da parte del clero cattolico americano.

Certamente al successo dell’Asino contribuì grandemente la parte visiva di esso, poiché le vignette e le caricature di Galantara resero accessibile anche agli analfabeti la polemica anticlericale ed antiborghese del settimanale. Ma sembra anche indubitabile che, se si ammette che fosse necessario operare in Italia una azione di rottura della mentalità popolare plasmata da secoli di cattolicesimo controriformistico, la linea da seguire negli articoli informativi, polemici e satirici  non poteva essere sostanzialmente diversa da quella di Podrecca.

Bisogna infatti ricordare che la campagna dell’Asino si svolgeva  in un paese ancora prevalentemente agricolo, nel quale la classe operaia, di recente formazione, era ancora una minoranza e la borghesia era ancora fortemente permeata di spirito retrivo, ma nel quale stava avvenendo un grande risveglio della masse contadine le cui organizzazioni politiche ed economiche costituivano una delle forze principali del movimento operaio e del socialismo. Proprio questo risveglio, che rendeva necessaria l’azione di rottura della vecchia mentalità, contribuì forse in modo decisivo al successo dell’Asino.

 

6. Podrecca riformista e colonialista

 

Si deve inoltre ricordare che anche tra il 1901 e il 1914 l’Asino, come appare chiaramente da questa antologia, non si limitò alla polemica anticlericale, ma continuò la lotta contro le altre espressioni politiche del sistema borghese, il giolittismo e il conservatorismo sonniniano e salandrino ed affrontò con molto impegno e talvolta con notevole acume critico alcuni problemi di fondo della società italiana, come la questione meridionale.

Esso infine seguì attentamente le polemiche che si svolsero all’interno del Partito socialista tenendo dapprima un atteggiamento molto cauto mirante a salvaguardare comunque l’unità del partito, ma rivelando poi sempre più chiaramente le opinioni di Podrecca, le quali dopo il 1911 e più ancora dopo il 1914 ebbero una  influenza decisiva nel determinare l’involuzione politica e la decadenza del giornale.

Nel contrasto tra riformisti e rivoluzionari, delineatosi all’interno del partito socialista fin dai primi anni del Novecento, Podrecca fu con i primi e, nell’ambito del riformismo, fu assai più vicino al gruppo che faceva capo a Bissolati e a Bonomi che non a quello guidato da Turati. Su questa scelta influì certamente in modo decisivo il tipo di anticlericalismo da lui propugnato, che differiva non solo da quello di Turati per il tono e per la prospettiva generale, ma anche da quello di molti rivoluzionari, pure altrettanto violento, per le diverse implicazioni politiche. Podrecca infatti, soprattutto dopo il 1904, considerò il clericalismo come il maggior avversario del socialismo, perché la Chiesa, secondo lui, costituiva il principale punto di raccolta di tutte le forze conservatrici e reazionarie; di conseguenza sostenne la necessità di un’alleanza del Partito socialista con le forze anticlericali borghesi.

Queste erano rappresentate dal Partito repubblicano, da quello radicale, dalla Federazione internazionale del Libero Pensiero, la cui sezione italiana fu fondata da Arcangelo Ghisleri dopo un congresso internazionale tenuto a Roma nel 1904 ( di cui l’Asino si occupò largamente), da varie associazioni, come da Giordano Bruno, e soprattutto dalla Massoneria. Della compatibilità tra l’appartenenza a quest’ultimi e l’iscrizione al Partito socialista di discusse a lungo in quegli anni tra i socialisti fino a che la questione fu risolta negativamente dal congresso di Ancona del 1914. Ma precedentemente parecchi socialisti, come Podrecca e Galantara furono anche massoni e sostennero la necessità dell’alleanza del partito con le forze influenzate dalla Massoneria.

Questa politica sembrò realizzarsi negli ultimi anni tra il congresso del 1910, quando furono sperimentati nelle elezioni amministrative i “blocchi popolari “ tra socialisti, repubblicani e radicali” ed anche la polemica anticlericale raggiunse il punto culminante[23] qualche notevole successo fu allora ottenuto su questa linea, come a Roma nel 1907, quando il comune fu conquistato dal blocco guidato da Ernesto Nathanm già Gran Maestro della Massoneria. Nel partito socialista la linea “bloccarda “ fu sostenuta soprattutto da Bissolati, Bonomi, dal loro gruppo riformista di destra e trovò consenzienti per qualche tempo i dirigenti ( anche essi riformisti ) della C.G.L. e di alcune importanti federazioni di categoria; più o meno decisamente si trattava di una politica che presupponeva la trasformazione del Partito socialista in un partito del lavoro senza una precisa connotazione ideologica e pienamente inserito nel sistema borghese, mentre era dall’altra parte illusoria la speranza di formare un blocco delle sinistre come quello francese ( del quale peraltro non faceva parte il Partito socialista ) capace di conquistare il potere, perché in Italia Giolitti era ben saldo al governo e l’alternativa al giolittismo non era data dall’estrema sinistra, ma dalla destra conservatrice e clericaleggiante.

Inoltre l’anticlericalismo, per quanto efficace sul terreno della propaganda e capace di suscitare agitazioni anche molto vivaci ( come quella che ci fu nel 1909 per protestare contro la fucilazione avvenuta in Spagna del pedagogista rivoluzionario Francisco Ferrer ), non ebbe, come già si è detto, risultati pratici sul terreno legislativo: così, per esempio, il problema, allora riproposto, dell’insegnamento religioso nelle scuole elementari, che ebbe una larga eco anche nell’Asino, fu risolto ancora una volta con una formula di compromesso, perché fu respinta dalla Camera con 347 voti contro 60 il 27 febbraio 1908 una mozione di Bissolati per la pura e semplice abolizione di esso.[24]

D’altra parte anche nei blocchi popolari la posizione del Partito socialista fu in genere subordinata rispetto alle forze democratiche borghesi, sicchè questa politica era già in declino, quando nel partito si delineò la forte ripresa della corrente rivoluzionaria.

Il presupposto di questa ripresa fu il contrasto tra il riformismo di destra e il riformismo di sinistra, emerso al congresso di Milano dell’ottobre 1910 e solo temporaneamente sanato dall’azione mediatrice di Turati. Al tempo stesso il malcontento della base per la situazione di ristagno politico ed organizzativo in cui si trovava il partito diede vigore alla corrente rivoluzionaria, che poco dopo potè approfittare dell’incertezza e dei contrasti suscitati in campo socialista dalla guerra di Libia.

A questa il partito fu ufficialmente contrario, ma la direzione e il gruppo parlamentare rimasero inerti o quasi, mentre fu decisamente ostile la corrente rivoluzionaria. Vi furono d’altra parte alcune prese di posizione più o meno apertamente favorevoli alla guerra da parte dei riformisti di destra, tra le quali molto esplicita quella di Podrecca. Questi, che era stato eletto nel 1909 deputato di Budrio, giustificò allora il suo atteggiamento in un discorso ai suoi elettori e poi sull’Asino e in un opuscolo[25] affermando che la guerra di Libia era una guerra “civilizzatrice “  e citando l’opinione di Antonio Labriola favorevole a quella impresa.[26]

Frattanto al congresso di Modena dell’ottobre 1911 la corrente rivoluzionaria era apparsa assai rafforzata ed era divenuto insanabile il contrasto tra i riformisti di sinistra e i riformisti di destra. La scissione di questi ultimi era ormai inevitabile ed avvenne al congresso di Reggio Emilia del luglio 1912, quando Mussolini, nuovo leader della corrente rivoluzionaria, chiese ed ottenne l’espulsione dal partito di Bissolati, Bonomi, Cabrini e Podrecca: l’espulsione dei primi tre fu motivata dal fatto che essi si erano recati il 14 marzo 1912 a congratularsi col re, scampato ad un attentato; Podrecca invece fu espulso “ per i suoi atteggiamenti guerrafondai”. Assai mediocre e retorico fu il discorso con cui Podrecca giustificò il suo atteggiamento al congresso prima dell’espulsione[27].

Così fu proprio Mussolini, che pure professava un anticlericalismo di tipo podrecchiano che aveva probabilmente collaborato all’Asino[28], che era assai simile a Podrecca per il tipo di cultura e per il tono della propaganda, ma che era ben altrimenti abile in modo definitivo il legame del fondatore dell’Asino col Partito socialista.

La presa di posizione di Podrecca a favore della guerra di Libia e poi la sua espulsione dal partito non furono, come era naturale, senza conseguenze sulla vita del settimanale. Infatti Galantara fu ostile all’impresa libica e rimase nel Partito socialista, mentre Podrecca aderì al Partito socialista riformista di Bissolati. Avvenne così che agli inizi della guerra di Libia L’Asino pubblicò articoli favorevoli a questa, davanti a Podrecca, e articoli, ma soprattutto vignette ostili. La cosa fu giustificata dai due fondatori del settimanale e che quindi i due redattori, che restavano d’accordo su molti punti, si riserveranno di esprimere sulla guerra opinioni diverse.[29]

In pratica l’anticolonialismo e l’antimilitarismo di Galantara finirono per prevalere nettamente nel giornale sulla linea sostenuta da Podrecca, grazie soprattutto alla maggiore efficacia delle vignette e degli articoli satirici rispetto agli scritti che tentavano di giustificare la guerra. Comunque il contrasto politico tra i due amici portò ad un raffreddamento dei loro rapporti personali.

Dopo la guerra di Libia il giornale sembrò aver superato la crisi: infatti riprese con molto vigore la campagna antigiolittiana, anticonservatrice e soprattutto anticlericale e non risparmiò gli attacchi ai nazionalisti. Prima delle elezioni generali del 1913 fu tra i primi giornali a rivelare l’accordo elettorale tra Giolitti e i cattolici, passato alla storia col nome di Patto Gentiloni; così pure non mancò di prevedere la  svolta a destra, che si manifestò nel marzo del 1914 con la formazione del ministero Calandra. Ma ben presto una svolta decisiva doveva essere impressa anche all’Asino dallo scoppio della prima guerra mondiale.

 

 

7. L’Asino interventista e l’Asino antifascista.

 

Di fronte alla guerra, nel periodo della neutralità dell’Italia, Podrecca e Galantara, sebbene ormai discordi su varie questioni riguardanti anche la gestione del giornale,[30]ritrovarono un accordo politico, poiché furono ambedue sulla linea dell’interventismo democratico bisssolatiano.  Questo atteggiamento, che appare ormai ovvio da parte di Podrecca, sembra un po’ contraddittorio da parte di Galantara, che anche in passato era stato più a sinistra del suo amico, che era stato sempre fieramente antimilitarista e pacifista, che infine non uscì dal Partito socialista anche dopo che questo si dichiarò ufficialmente contrario all’intervento.

Ma su Galantara agirono allora potentemente altre suggestioni: la simpatia per la Francia, lo sdegno per il tradimento dell’ideale internazionalista da parte della maggioranza dei socialisti tedeschi, l’ostilità per gli Imperi centrali e in particolare per l’Austria baluardo della reazione e del clericalismo, la tradizione democratica e patriottica di tipo risorgimentale che tanta parte aveva avuto nella formazione sua e di altri socialisti della sua generazione, infine l’idea che, una volta cominciata la guerra non per volontà dell’Italia, questa dovesse prendervi parte per contribuire alla sconfitta di quella tra le due parti in conflitto che appariva più reazionaria e quindi più ostile al socialismo.

L’Asino, che aveva ancora una larghissima diffusione, diede quindi un contributo non trascurabile alla campagna interventista e poi alla propaganda di guerra dopo l’entrata dell’Italia nel conflitto. Le vignette di Galantara popolarizzarono le caricature di “Guglielmone”[31] e di “Cecco Beppe” e diffusero l’odio contro la “barbarie teuotonica”. Ma a lungo andare, via via che la guerra continuava e crescevano le sofferenze delle masse, la propaganda fondata sull’idea della guerra rivoluzionaria, premessa di una pace universale tra libere nazioni riconciliate ed avviate al socialismo, si rivelò sempre più priva di credibilità e di efficacia politica, mentre appariva ingiusta la polemica contro il neutralismo del Partito socialista e ingenua la campagna contro i disfattisti, gli imboscati, gli speculatori e i profittatori di guerra.

Né a dar vigore alla propaganda dell’Asino fu sufficiente la Rivoluzione russa del febbraio 1917, che il giornale presentò come un successo della democrazia.

Infatti proprio questa interpretazione e quella che fu data dei successivi avvenimenti russi dimostrarono quanto l’Asino fosse ormai lontano dallo stato d’animo e dalle aspirazioni delle masse popolari: il settimanale infatti si pronunciò a favore di Kerenskij e della sua linea bellicista e presentò Lenin e gli altri capi bolscevichi come dei venduti alla Germania e poi addirittura come dei…tedeschi![32]

Questi aspetti negativi, comuni a tutto l’interventismo democratico, contribuirono assai alla decadenza dell’Asino anche dal punto di vista giornalistico: esso perse il suo mordente satirico, il suo tono popolaresco e divenne nel complesso monotono e predicatorio. Si aggiungessero difficoltà economiche e tecniche, tra cui la difficoltà dei rifornimenti di carta; sicché la tiratura dovette diminuire e al principio del 1918 il settimanale dovette interrompere le pubblicazioni. In quel momento il giornale era di fatto diretto dal solo Galantara, perché Podrecca durante la guerra aveva diradato e poi smesso la sua collaborazione. Ormai i due amici si erano separati, e molto diversi dovevano essere i loro destini.

Podrecca, che durante la guerra mondiale aveva accentuato la sua rivoluzione in senso nazionalistico iniziativa al tempo dell’impresa di Tripoli, si avvicinò a Mussolini, collaborò al Popolo d’Italia e divenne fascista.

Nelle edizioni generali del novembre 1919 fece parte, insieme a Mussolini e a Martinetti, della lista fascista presentata a Milano. Al Principio del 1922 si recò negli Stati Uniti a capo di una missione incaricata di raccogliere fondi per i tubercolotici di guerra e, secondo una corrispondenza dell’Asino da New York[33] si svolse una propaganda smaccatamente nazionalistica. Morì negli Stati Uniti pochi mesi dopo. Galantara invece, che si era messo di fatto fuori dal Partito socialista per il suo interventismo, vi rientrò negli anni del dopoguerra[34]e riprese alla fine di dicembre del 1921 la pubblicazione dell’Asino.

La nuova serie del settimanale, che si stampò a Milano nella tipografia dell’Avanti!, si iniziò con una autocritica, anche troppo severa nei riguardi della fase anticlericale dell’Asino e con una dichiarazione di ritorno ai principi: “ Nato ribelle, ritorno ribelle. Levo alto il raglio contro tutto il mondo birbone dei ricchi, dei potenti. Sferro calci contro tutte le iniquità. Agguanto col mio morso, sano e forte, l’ingiustizia per la cuticagna e la sbramo e se scopro le viscere carognose”.[35]Purtroppo la vita di questa nuova serie doveva essere ben più dura e difficile di quella dei primi anni. Infatti la reazione fascista era ormai scatenata e doveva rivelarsi ben più terribile per il movimento operaio e per il socialismo della reazione conservatrice della fine del secolo XIX.

Contro il fascismo L’Asino lottò coraggiosamente anche dopo la marcia su Roma, con le armi della satira e della caricatura, nella quale Galantara ebbe un ottimo collaboratore in Scalarini. Fu merito di Galantara delineare allora la caricatura di Mussolini e dei maggiori gerarchi del fascismo nella sua prima fase, tra i quali Michelino Bianchi. Ma nel complesso il giornale aveva ormai una funzione difensiva e risentiva della crisi che investì il movimento operaio e il socialismo in quegli anni. Ma forse anche come tipo di giornale L’Asino era ormai fuori tempo nell’Italia degli anni Venti ormai così diversa per il gusto e la cultura  prevalenti, oltre che per la situazione politica, da quella dei primi anni del secolo. Comunque la reazione fascista rese via via sempre più difficile la vita del giornale, che cessò definitivamente le pubblicazioni nella primavera del 1925.

Galantara, che aveva collaborato con le sue vignette al giornale satirico antifascista il Becco giallo, fondato a Roma nel 1924 da Alberto Giannini, la cui fortuna fu per alcuni mesi molto notevole, fu arrestato alla fine del 1926 e tenuto qualche tempo in carcere a Roma. Rilasciato nel 1927, visse in libertà vigilata fino al 1937. Negli ultimi anni della sua vita continuò a disegnare e a dipingere e collaborò anche al giornale umoristico Marc’Aurelio con vignette anonime. Roma, 10 ottobre 1970

 

Giorgio Candeloro

 

 

NOTA ALLA PRESENTE EDIZIONE

 

            Ai testi ristampati nell’antologia si sono volute conservare, per quanto possibile, le caratteristiche originali, sia per ciò che riguarda certe particolarità di scrittura, sia per la grafia di nomi, italiani e stranieri, non sempre esatta e neppure uniforme nella stessa rivista.

            A volte gli articoli sono stati snelliti senza, beninteso, corrompere la natura o mutilarne il significato. Le firme o le sigle poste originariamente in calce agli articoli appaiono tutte soltanto nell’indice, dove inoltre è indicata per ciascun testo anche la data in cui apparve.

            Nella colonnina a margine, oltre ai documenti riguardanti la vita della rivista, tratti dalle sue pagine, corrono alcune note del curatore ( in corsivo ) che non hanno altra pretesa se non di offrire sommariamente qualche elemento utile per comprendere o decifrare i testi pubblicati. Più che note sono dunque delle postille, in cui ai ritagli della stampa dell’epoca si mescolano brevi citazioni da testi storici contemporanei e persino notizie tratte da enciclopedie di ieri e di oggi.

            La scelta delle illustrazioni è stata dettata da due criteri che fortunatamente hanno quasi sempre coinciso: quello di dare un commento visivo al testo e quello di documentare l’efficacia polemica o la qualità artistica o ancora la sapienza tecnica dell’opera di Galantara ( e poi di Scalarini e d’Angoletta).


 

[1] Si vedano tra gli altri i giudizi di G. Salvemini, in uno scritto del 1929 e in uno del 1943, ora in Stato e Chiesta in Italia, a cura di E.Conti, Feltrinelli, Milano 1969, p. 156 e p. 394; di G.Volpe, Italia Moderna, vol.II, 1989-1910: Sansoni, Firenze, 1949, p. 484; di A. C. Jemmolo, Chiesta e Stato in Italia negli ultimi cento anni, nuova ed.Enaudi, Torino 1963 p. 399 e p. 408; di G.Spadolini, Cattolicesimo e liberalismo nell’Italia giolittiana, in appendice al volume L’opposizione cattolica da Porta Pia al ’98, Vallecchi, Firenze, 1954, pp. 547 sgg.

 

[2] Guido Prodecca, nato a Vimercate in provincia di Milano da madre milanese e padre friulano, patriota e combattente garibaldino, passò l’infanzia a Cividale del Friuli, dove si stabilì con la famiglia nel 1966, compì poi gli studi a Padova  e si iscrisse nell’85 alla facoltà di lettere dell’Università di Bologna. A Bologna subì l’influsso letterario dell’ambiente carducciano e divenne positivista in filosofia e socialista in politica.Gabriele Galantara, nato a Montelupone in provincia di Macerata da famiglia nobile decaduta originaria di Fano, si era iscritto nell’84 alla facoltà di scienze dell’università di Bologna; ma agli studi matematici, a cui voleva inizialmente dedicarsi, preferì ben presto il disegno e la pittura. Anche egli divenne socialista a Bologna, dove strinse amicizia con Podrecca.

 

[3]  Per queste notizie biografiche si veda G.D. Neri, Gabriele Galantara. Il morso dell’Asino, Edizioni del Gallo, Milano 1965, pp 26-27

 

[4] Si veda il breve necrologio Antonio Labriola, pubblicato il 14 febbraio 1904; in questa antologia a p. 113.

 

[5] Questo riassunto è stato recentemente ristampato in A.Labriola, Scritti politici, 1886-1904, a cura di V.Gerratana, Laterza, Bari, 1970, pp. 371-376. In questa antologia a p. 11

 

[6] Giolitti era soprannominato Palamidone per la lunga rendigote che usava portare. Podrecca modificò allora per qualche tempo il soprannome in Palamidone con evidente allusione allo scandalo del Panama avvenuto poco tempo prima in Francia.

 

[7] Sulle vicende della Banca Romana la trattazione recente più esauriente è quella di D.Novaco nel vol.18 Inchieste politiche, della Storia del Parlamento Italiano, Flacovio, Palermo, 1964, pp 121-349, con documenti ed ampie indicazioni bibliografiche. Una trattazione più sommaria è data da G.Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol VI, lo sviluppo del capitalismo e del movimento operaio, Feltrinelli, Milano,1970, pp 411-419 e pp. 446-455. Si veda anche U. Alfasso Grimaldi, Il re “buono “, Feltrinelli, Milano, 1970, pp 268-308, che cita varie poesie satiriche dell’Asino.

 

[8] Si vedano in proposito le osservazioni di G.D. Nery, op.cit., pp 35-36.L’Autore riferisce anche alcune considerazioni dello stesso Galantara.

 

[9] Al princpio del 1893 “ l’Asino “ diffondeva circa 22.000 copie. Si veda G.D. Nery, op. cit., p. 51.

 

[10] Ristampato in questa antologia a p. 36

 

[11] A.Gramsci, Il Risorgimento, Einaudi, Torino, 1949, p. 64. Si vedano anche le considerazioni sviluppate sulla base di queste osservazioni di Gramsci da E.Ragionieri, Un comune socialista: Sesto Fiorentino, Editori Riuniti, Roma, 1953, pp. 177-186, a proposito della disgregazione della vita parrocchiale determinata dalla sempre crescente diffusione del socialismo.

 

[12] Si veda il saggio di E. Decleva, Anticlericalismo e lotta politica, nell’Italia giolittiana – I: l’”esempio della Francia “ e i partiti popolari ( 1901-1904), in “ Nuova Rivista Storia”, vol.LII, 1968, pp 291-354.

 

[13] A.Labriola, L’opposizione al divorzio, in “ La tribuna “, 31 gennaio 1903; l’articolo è stato ristampato in Scritti Politic, cit. pp 503-507.

 

[14] Si veda l’articolo Il testo delle massime morali di S.Alfonso M.dè Liguori del 23 giugno 1901, in questa antologia a p. 78 e l’opuscolo S.Alfonso dè Liguori svelato nella collezione “I Misteri del confessionale” tipografia dell’Asino Roma, s.d. S.Alfonso dè Liguori ( 1696-1787) era stato canonizzato nel 1839 e proclamato dottore della Chiesa nel 1871.

 

[15] Un’eco della polemica antialfonsina si trova in B.Croce Filosofia della pratica, 3 ed., Bari, Laterza, 1923, p. 345, la cui prima edizione è del 1908, dove è detto che S.Alfonso “ai nostri giorni suole essere ricordato in esempio di quella lurida morale”, cioè della morale gesuitica fondata sulla casistica. Croce, tuttavia, pur criticando a fondo questa morale, riconosce pienamente l’onestà intellettuale e morale di S.Alfonso, cosa non contestata neppure da Podrecca.

 

[16] Ricordiamo che il 30 maggio 1904 rispondendo al deputato Mazza, che aveva criticato l’indifferenza del governo di fronte alla venuta in Italia di congregazioni francesi, Giolitti disse alla Camera che il governo non trovava necessaria alcuna particolare disposizione in proposito e aggiunse le parole, divenute poi famose “Il principio nostro è questo, che lo Stato e la Chiesa sono due parallele che non si debbono incontrare mai”. G.Giolitti, Discorsi parlamentari, a cura della Camera dei Deputati, Roma, 1953, vol.II p. 820

 

[17] Il 24 dicembre 1906 per iniziativa di Podrecca l’ingegnere napoletano Arnaldo Giaccio riprodusse alla Casa del Popolo di Roma, con sangue animale, il miracolo di S.Gennaro in 35 minuti; si veda “avanti” del 24 dicembre 1906, il miracolo di S.Gennaro, completamente riuscito alla Casa del Popolo, e l’Asino del 30 dicembre 1906. Su questo episodio e sulla sfida lanciata a Giaccio e a Podrecca da due chimici cattolici, Cingolani e Luzzi, perché l’esperimento fosse ripetuto in altra sede, rimasta però senza seguito, si veda la nota Esperienze chimiche e miracolo di S.Gennaro in “Il Rinnovamento” febbraio 1907 pp. 216-219 che fa una severa critica dei “ miracoli “ sul tipo di quello di S.Gennaro dal punto di vista cattolico modernista e coincide mettendo sullo stesso piano “le due coppie così opposte e così vicine: Giaccio-Podrecca e Cingolani-Luzzi”,

 

[18]  Politica scolastica. Il vero anticlericalismo, in “Critica sociale “, 16 gennaio 1907

 

[19] G.Prezzolini, Parola d’una uomo moderno. 1. La religione, in “ la Voce “ 13 marzo 1913.

 

[20] Si veda B.Croce, A proposito del positivismo italiano: Ricordi personali, in “La Critica“ nel volume Cultura e vita morale 1 ed., Bari, Laterza 1913

 

[21] Si veda la formulazione di questo principio in B.Croce, Filosofia della pratica, cit. pp. 295-296

 

[22] Ancora di un sintomo pericoloso, in ‘l’asino“ 8 gennaio 1911. Si veda fra l’altro anche l’articolo intitolato L’infiltrazione apparso il 1 gennaio 1911

 

[23] Si veda per queste vicende la seconda parte del citato saggio di E. Decleva, Anticlericalismo e lotta politica giolittiana  - II. L’estrema sinistra e la formazione dei blocchi popolari ( 1905 -1909 ), in “ Nuova Rivista Storica “ LIII, 1969, pp 541-617

 

[24] Su questo dibattito si veda D.Bertoni Jovine, Storia della scuola popolare in Italia, Torino, pp. 392-406

 

[25] G.Podrecca, Libia ( impressioni e polemiche ), Roma, Podrecca editore 1912.

 

[26] Podrecca si riferiva all’intervista di Labriola al “Giornale d’Italia” 13 aprile 1902, intitolata Tripoli, il socialismo e l’espansione coloniale. Giudizi di un socialista, ora ristampata in A.Labriola, scritti politici, cit., pp 491-499

 

[27] Sebbene in una seduta  preliminare della corrente rivoluzionaria fosse stato deciso di chiedere anche l’espulsione di Podrecca, Mussolini nell’intervento in cui propose la mozione, chiese in un primo momento solo l’espulsione di Bissolati, Bonomi e Cabrini, ma una voce gli ricordò il nome di Podrecca e Mussolini lo aggiunse con la motivazione sopra citata. Non si può escludere che la dimenticanza di Mussolini, che era amico di Podrecca, non fosse casuale.

 

[28] Sono probabilmente di Mussolini gli articoli, firmati Muss. L’altalena dell’insegnamento religioso nelle scuole, e Dalla Capitale...clericale il fiasco dei preti all’Umanitaria, quest’ultimo, pubblicato da “L’Asino “ il 18 febbraio 1906, in questa antologia a p. 155. Questi articoli tuttavia non figurano nell’Opera omnia di B.Mussolini, a cura di E. e D.Susmel, 35 voll., Firenze, 1951-1963. Un opuscolo antipapale di B.Mussolini, Huss il veridico, fu pubblicato nelle edizioni Podrecca nel 1913; si veda in questa antologia a p.274.

 

[29] Si vedano la dichiarazione di Galantara in “L’Asino”, 29 ottobre 1911; in questa antologia a p. 247

 

[30] Questo risulta da una frase di una lettera di Galantara alla famiglia, del 19 ottobre 1914, citata da G.D.Neri, op cit. p. 82

 

[31] Molto clamore suscitò il processo intentato contro Galantara e Podrecca su richiesta dell’ambasciata tedesca per offese all’imperatore di Germania. Si veda “L’Asino” del 20 dicembre 1914, in questa antologia a pag. 322

 

[32] Si veda “L’Asino” del 25 novembre 1917, in questa antologia a p. 367.

 

[33] Si veda l’articolo Un curioso incontro, in “L’Asino”, 22.28 gennaio 1922; in questa antologia a p. 377

 

[34] Alcune notizie e qualche documento sulla posizione di Galantara di fronte al Partito sono date da G.D. Neri, op. cit. e p. 92

 

[35] Articolo redazionale, intitolato Ritorno, in “L’Asino”, 25-31 dicembre 1921, i n questa antologia a p. 371

 

(la presentazione è pubblicata da FELTRINELLI, nel volume " L'ASINO è il popolo utile, paziente e bastonato " seconda edizione ottobre 1971)

 

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